June 13, 2019

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Commento al Vangelo di Mc 9, 38-43.45.47-48

L’evangelista Marco accosta, nello stesso capitolo e in modo volutamente provocatorio, due episodi. Nel primo mette in scena un uomo che si presenta a Gesù e gli dice: “Maestro, ho portato da te mio figlio, posseduto da uno spirito muto. Quando lo afferra, lo getta al suolo ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti” (Mc 9,18). Nel secondo, quello che ci viene proposto nel vangelo di oggi, introduce un esorcista anonimo che, servendosi del nome di Gesù, ottiene invece ottimi risultati contro le forze del male.

 

Prevedibile e immediata la reazione dei discepoli che corrono a manifestare a Gesù la loro sorpresa, il disappunto e l’irritazione. Come può – si chiedono – uno che non ci segue, che non appartiene al nostro gruppo, compiere le stesse meraviglie o addirittura realizzarne di maggiori?

Questo interrogativo ne richiama subito altri e sono quelli che ci poniamo anche noi: se qualcuno occupa, con successo, il campo dove noi siamo chiamati a svolgere la nostra missione, c’è da rallegrarsi o da preoccuparsi? Chi è autorizzato a usare il nome di Gesù? A chi ha lasciato in eredità il suo Spirito, la forza che risana ogni malattia?

L’episodio narrato nel brano di oggi risponde a queste domande.

 

I guaritori dell’antichità erano soliti, durante la pratica degli esorcismi, pronunciare nomi di angeli, di demoni e di qualche personaggio rinomato per le sue facoltà terapeutiche. Ritenevano che questo contribuisse a rendere più efficaci i loro interventi e a ottenere risultati prodigiosi. Il nome più invocato era quello di Salomone, considerato il precursore e il protettore di tutti i cultori dei misteri del sapere; ma anche il nome di Gesù, divenuto ormai famoso in tutta la Galilea, cominciava a essere impiegato negli scongiuri, assieme a quello di altri esorcisti.

 

Non glielo proibite, risponde Gesù, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi è per noi (vv. 39-40). Secondo Marco Gesù manifesta la convinzione di non avere l’esclusiva del messaggio che predica; secondo lui l’annunzio del regno viene fatto non solo per mezzo dei suoi discepoli, ma anche di coloro che, pur non appartenendo al loro gruppo, sono in sintonia con il suo insegnamento. Il principio discriminante suggerito da Gesù è chiaro: chiunque agisce in favore dell’uomo è dei nostri. Lo Spirito non è monopolio della struttura ecclesiale, è libero come il vento “che soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va” (Gv 3,8), agisce nella chiesa e  fuori di essa.

 

La seconda parte del brano (vv. 41-48) contiene una serie di detti del Signore.

Mi soffermo esclusivamente sulle minacce nei confronti di chi scandalizza i piccoli (v. 42).

Per scandalo si intende qualunque ostacolo che intralci il cammino del discepolo. I piccoli da non scandalizzare non sono i bambini, ma le persone deboli nella fede, coloro che, a stento e con difficoltà, muovono i primi passi al seguito del Maestro. Chi provoca il loro allontanamento si assume una responsabilità enorme.

Per inculcare questo messaggio, Gesù ricorre a un’immagine, la morte per affogamento, considerata dai giudei il supplizio più infamante, perché rendeva impossibile una conveniente sepoltura del cadavere.

Viene da chiedersi quale sia lo scandalo che fa perdere ai piccoli un’incipiente fede o quel poco che è loro rimasta.

 

Il contesto in cui, volutamente, Marco ha inserito il detto del Signore, permette di identificare la ragione di questo grave scandalo: l’ambizione (Mc 9,33-40).

I conflitti, le divisioni, gli scismi nella chiesa sono sempre derivati dall’orgoglio, dalla smania per il potere e dalla volontà di dominare sugli altri. Lo scandalo che, anche oggi, tiene lontano i “piccoli” dalla chiesa rimane lo stesso: lo spettacolo poco edificante delle competizioni e degli intrighi per occupare i primi posti e ottenere privilegi.

 

Poi l’ultima parte del brano è dedicata alla messa in guardia contro un’altra forma di scandalo: quello che proviene dall’interno, lo scandalo causato dalla mano, dal piede, dagli occhi (vv. 43-48), organi che, al tempo di Gesù, indicavano gli impulsi al male, la concupiscenza, le inclinazioni che allontanano da Dio e inducono a scelte immorali.

Gesù esige dal discepolo il coraggio di fare i tagli necessari, anche se dolorosi, se si rende conto che alcune azioni, alcuni progetti, alcuni sentimenti sono incompatibili con la scelta evangelica.

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